Da “Il Gazzettino” del 22/01/2001

“Gentile dott. Mercuri,
ho 45 anni, separata da quasi 10 anni, con un figlio ormai grande che vive con me. Io lavoro, ho amiche, ma per tutto questo tempo sono stata in astinenza. Non sono frigida, ma non mi è parso mai ne bello ne opportuno, come fanno tante mie amiche, “buttarsi via”, facendolo col primo giovanotto che si incontra nelle sale da ballo… anch’io qualche volta le frequento, ma mi sembra squallido, anche se le occasioni sarebbero facili e tante. L’ultimo dell’anno però ho conosciuto un uomo che avevo già visto qualche altra volta; più o meno dell’età mia, mi ha detto di essere anche lui separato da molti anni… non so se è vero… comunque mi era simpatico, mi ha fatto ridere e star bene quella sera… era l’ultimo dell’anno… insomma ci sono stata… ma non ho provato quasi niente, e ricordo che non ero così. Adesso sono pentita, non mi va proprio di rivederlo… Lei cosa mi consiglia?”

Cara signora,

intanto dopo 10 anni di astinenza ci si deve… riabituare.

E’ un po’ come farlo la prima volta: sono tante le aspettative, e non è mai bello come si pensa dovrebbe essere. Mi dice che è pentita: certo che, per una donna, avere un rapporto completo… ne deve valere la pena. L’ideale sarebbe esserne innamorate… ma per lo meno conoscerlo da un po’, avere fiducia in lui, sentirsi tranquille, oltre che attratte sessualmente. Far l’amore senza tali premesse e sensazioni, è quasi un farlo per forza o perchè lo fanno le altre, e farlo così non è mai una buona medicina; mentre il farlo con chi ci piace veramente è molto di più di una medicina.

Certo 10 anni di astinenza sono tanti, forse troppi; ma l’amore arriva quando vuole lui e quando noi siamo ricettivi a sentirlo e a farlo entrare.

Non si colpevolizzi troppo per quel che ha fatto; ma se non si sente di rivederlo… vuol dire che va bene così.

Da “Il Gazzettino” del 15/01/2001

Lunedì scorso ho parlato su questa Rubrica dei danni che l’alcoolismo può apportare alla sessualità, sia con comportamenti, sia come disturbo della potenza sessuale.

Un giovane uomo, la sera stessa del lunedì, al Servizio del Gazzettino “Il Medico risponde”, mi telefona, preoccupato:

“Dottore, ho letto il suo articolo – voglio raccontarle ciò che mi è successo… Ho 40 anni, sono sano… la sera di fine d’anno sono andato con mia moglie al cenone ed ho abusato un po’ negli alcoolici, ma ho anche mangiato tanto, e poi al ritorno a casa, a letto, con mia moglie, capisce… volevamo festeggiare, completare…, ma niente… non ha dato segni di vita… che sia stato che avevo bevuto un po’ troppo? Io di solito bevo uno o due bicchieri di vino ai pasti e, quando qualche rara volta vado a mangiare fuori, bevo un po’ di più…”.

Ho tranquillizzato il signore della telefonata, precisandogli alcuni punti che reputo opportuno estendere ai lettori della mia Rubrica.

Dunque, per “alcoolismo cronico” si deve intendere l’abuso, prolungato negli anni, di bevande alcooliche.

Questo comportamento dà dipendenza, cioè non si riesce più a non bere e di solito, anzi, c’è un graduale aumento delle dosi. E’ una vera e propria tossicodipendenza, così come accade per le altre droghe, tra le quali anche il fumo di tabacco. L’uso, invece, moderato, anche se giornaliero, ai pasti, di uno o due bicchieri di buon vino, non solo non fa male, non fa diventare alcoolisti, ma può fare anche bene; anche al sesso, perché può sbloccare qualche inibizione, può rendere più rilassati e più ottimisti.

Il signore della telefonata deve quindi stare tranquillo: quella défaillance sessuale può anche essere capitata per colpa della bevuta occasionale, unitamente al troppo cibo. E’ stato un episodio occasionale, che potrebbe anche ricapitare, a lui come a tutti ed anche indipendentemente da una “mangiata e bevuta”.

Certo che, saggiamente, quando si mangia e si beve un po’ troppo, non ci si deve sentire obbligati a… completare. E poi, cosa vuol dire che a fine d’anno… si deve. Mai, nel sesso “si deve”, né l’uomo, né la donna. L’amore lo si fa quando “entrambi” se ne ha voglia. L’obbligatorietà per una ricorrenza o per altro è facile che dia, proprio per l’ansia di doverlo fare (“ansia da prestazione”), una défaillance. E ciò specie se si è bevuto e mangiato troppo; con lo stomaco pieno il sangue affluisce copioso allo stomaco per digerire, e può mancare quindi… all'”organo”.

Perciò, niente paura, ma la prossima volta, dopo una cena abbondante è meglio fare una buona dormita.

Da “Il Gazzettino” del 09/01/2001

“Gentile dott. Mercuri,
mio marito mi fa impazzire, mi tormenta. Io ho 50 anni, lui 56. Ha fatto il muratore fino a 45 anni, poi è andato in pensione per invalidità per broncopatia cronica, nevralgie e cattiva circolazione agli arti inferiori. Da giovane è stato un buon uomo, lavoratore; ma col vizio di bere, come suo padre ed un suo zio. Da 4/5 anni mi ossessiona con la sua gelosia. Io sono sicura di me stessa, non l’ho mai tradito, gli voglio ancora bene, abbiamo un figlio sposato, e due nipotini.
Mi hanno detto che l’abuso di bevande alcoliche può fare questi effetti, ma lui di ricoverarsi per disintossicarsi non vuole saperne… mi dia un consiglio Lei”.

Gentile signora,

l’alcool in dose eccessiva e prolungata negli anni, dà dipendenza, e può causare quella sindrome psichica e fisica che si chiama “alcoolismo cronico”. Dal lato fisico è soprattutto il fegato, l’apparato cardiocircolatorio e nervoso a risentirne; dal lato psichico ne risente la sfera cognitiva ed anche quella comportamentale ed affettiva. Si perde il senso del “rispetto” dell’altro oltre che quello per se stessi.

Inoltre, sempre dal lato psichico, può evidenziarsi una sintomatologia chiamata appunto “gelosia dell’alcoolista”. Tale sintomatologia prende origine da una effettiva, organica impotenza sessuale più o meno grave, dovuta ad aspetti di disturbi metabolici e di lesioni nervose. Può accadere, nell’alcoolista cronico, che mentre la psiche è eccitata patologicamente dall’alcool e quindi il desiderio sessuale è aumentato, la potenza sessuale è, come detto sopra, diminuita o assente.

A questo punto può accadere che si sviluppino idee di gelosia patologica, completamente infondata fino a veri e propri deliri di gelosia. Anche perché tra lui che “non ce la fa” e la partner che ovviamente dà segni di non gradimento si crea un circolo vizioso che peggiora il rapporto fino a risolversi in un netto rifiuto da parte della donna, giustamente.

A questo punto l’uomo comincia a pensare che la donna non vuole più fare l’amore con lui perché ne ha un altro. E qui comincia il calvario.

Spero comunque che questo non sia proprio il suo caso, ma Le consiglio di insistere, assieme a suo figlio ed al suo medico di famiglia perché Suo marito, magari prendendo lo spunto dalle altre patologie che egli ha, possa essere ricoverato abbastanza a lungo per disintossicarsi e poi intraprendere un programma di recupero in un Centro adatto per gli alcoolisti.

Da “Il Gazzettino” del 15/12/2000

Riporto, nei punti salienti, una telefonata fattami da un giovane lettore tramite il Servizio del Gazzettino “il medico risponde”.

“…Dottore, non so cosa fare…, ma quando indosso il preservativo, e la mia ragazza me lo impone, mi va giù l’erezione ed io prima mi avvilisco, poi mi arrabbio… anche la mia ragazza si avvilisce e pensa che è colpa sua… ma lei senza preservativo non vuol fare l’amore perché ha paura sia delle malattie sia di rimanere incinta… insomma la relazione è in crisi… temo che possa finire per questo problema… c’è un rimedio?…”.

Ho cercato di tranquillizzare il giovane dicendogli che col tempo si abituerà.

Gli ho anche detto che non è obbligatorio far sesso, che specie all’inizio di un rapporto è meglio privilegiare l’aspetto relazionale-affettivo, ma a tale proposito mi ha risposto che la relazione dura da qualche mese, che si vogliono bene, ma che…

“pur essendo entrambi cattolici ed abbastanza praticanti non ce la facciamo a rimanere casti… anche i nostri amici dopo un po’ di tempo hanno rapporti sessuali, se non hanno problemi…”.

La telefonata offre tanti spunti interessanti e per questo reputo interessante parlarne in questa Rubrica.

Il dato di fatto sociale, del costume, di cosa fa la maggioranza, è quasi considerato un obbligo. Sicuramente ciò non è giusto e sicuramente poi non mi compete dare giudizi di costume o di morale. Oddio, come uomo potrò anche dire come la penso, ma in veste di Medico-sessuologo devo rispondere alla richiesta.

Dunque: è abbastanza frequente un calo di erezione al momento dell’indossare il preservativo e questo accade perché si interrompe un processo di coinvolgimento psicofisico. Ma se la passione e l’attrazione sono forti, se c’è intimità e complicità, se non si è afflitti da ansia da prestazione, se ci si impratichisce in tale pratica, se si sottovalutano gli eventuali insuccessi, se ci si ride anche sopra, tutto dovrebbe sistemarsi col tempo e con la confidenza.

Oggi c’è il terrore di malattie sessuali, si pensa sempre all’AIDS; ma se il rapporto dura da tempo e c’è fiducia di fedeltà reciproca, si può anche stare tranquilli.

Come metodo anticoncezionale il migliore e il più sicuro è, fino ad oggi, “la pillola anticoncezionale”. Ma la donna deve essere convinta, deve accettarla lei, senza forzature. Inoltre è necessario fare alcuni esami medici prima di cominciare ad assumerla; può darsi che alcune “pillole” più di altre diano qualche effetto collaterale è quindi può dovere essere cambiato il tipo di pillola.

Questa, comunque, se sopportata bene, oltre ad essere il più sicuro sistema anticoncezionale, al 100% se usata correttamente, è anche il metodo che dà la migliore possibilità di esprimersi sessualmente.

Da “Il Gazzettino” del 02/12/2000

Rispondo ad una lettera di una signora di 38 anni pervenutami tramite Il Gazzettino alcune settimane addietro.

“Caro dottor Mercuri, gradirei mi spiegasse se i miei problemi sessuali… siano intanto diagnosticabili come “disturbi” ed in questo caso se siano “guaribili”… In sostanza io avuto tre storie importanti e complete, ma tranne che con uno con cui mi trovavo benissimo dal lato sessuale ma poi è finita… perché doveva finire, con gli altri due, di cui l’attuale mio marito, a volte mi piace far l’amore, a volte mi piace poco, cioè non raggiungo l’orgasmo, ma il più delle volte del sesso farei volentieri a meno.”

Cara Signora, la sua lettera è interessante ma troppo generica nel senso che dovrei conoscere molto più di lei, degli uomini con i quali ha avuto le “storie importanti”. Ma dovrei sapere anche se ha avuto storie non importanti, e se intende per importanti solo quelle complete di sesso e amore. Se così fosse, e così sarebbe giusto che fosse, dovrei sapere perché la sua storia importante è “dovuta” finire. Dovrei sapere se lei ha lottato abbastanza perché non finisse e se anche per lui era una storia importante e completa nel senso suddetto.

Comunque è premessa indispensabile analizzare tutti questi aspetti per capire se la sua mancanza attuale di voglia, di passione, e la sua difficoltà di orgasmo, siano disturbi soltanto suoi o della relazione attuale.

In linea generale e molto sinteticamente, posso dirLe che le disfunzioni sessuali femminili sono tre: la “disfunzione sessuale generale”, la “disfunzione orgasmica” ed il “vaginismo” nei suoi vari gradi.

Escludendo quest’ultima che lei non ha, il primo disturbo consiste nella donna che prova raramente desiderio di sesso e che non reagisce alla stimolazione sessuale né psicologicamente con sensazioni erotiche, né fisicamente con la lubrificazione e con l’inturgidimento degli organi sessuali.

Il secondo disturbo, la disfunzione orgasmica, è invece la difficoltà ad arrivare all’orgasmo. Entrambi questi disturbi sono curabili con buoni esiti con le moderne terapie sessuali di cui ho spesso parlato e sulle quali ritornerò a parlare.

Comunque, per la buona riuscita della cura della “disfunzione sessuale generale” è premessa quasi indispensabile la buona qualità della relazione col partner.

Per la “disfunzione orgasmica”, oltre quanto sopra detto, è necessaria anche una stimolazione sessuale intensa e sufficientemente prolungata in una situazione rassicurante ed erotica nel contempo.

Da “Il Gazzettino” del 24/11/2000

La settimana scorsa in questa Rubrica ho scritto sull’orgasmo femminile e sul fatto che molte donne hanno difficoltà a raggiungerlo e che molte di queste lo “fingono”.

Una ragazza per telefono, la sera stessa, al Servizio “Il Medico sessuologo risponde”, mi dice che condivide pienamente il cercare di curare questo disturbo, ma pone l’accento sulle difficoltà di reperire medici esperti in tale settore…

“Al mio ginecologo non glielo ho mai detto per vergogna… Ho cambiato e sono andata da una ginecologa che mi ha detto che sono normale e mi ha suggerito una psicologa… sto andando una volta alla settimana da circa un anno ma mi sembra di non avere più solo quel problema ma tanti altri che non sapevo nemmeno di avere…”

Lasciamo, per oggi, perdere ogni commento a quanto sopra. Dico solo che ciò è purtroppo la regola perché è rara una “formazione” medico-sessuologica ed è carente se non addirittura osteggiata una “informazione” medico-sessuologica.

E’ un argomento a me particolarmente caro del quale ho già provveduto, e continuerò ad insistere, a sensibilizzare le Autorità sanitarie preposte non solo alla cura delle malattie ma anche al miglioramento della qualità della vita.

L’altro punto che ha toccato la ragazza, evidentemente intelligente, è stato questo:

“…noi donne fingiamo l’orgasmo per non offendere voi uomini…”.

Ed anche questa è una verità sacrosanta: l’uomo ha ancora oggi l’ossessione di non essere abbastanza virile o, il che è la stessa cosa, il mito di esserlo sempre e con tutte le donne. Egli, sotto – sotto , pensa che se la donna non raggiunge l’orgasmo è colpa sua, di lui; o che a quella donna lui non piaccia sessualmente abbastanza. Egli si sente quindi frustrato; se la donna gli vuole bene veramente e se capisce questa realtà maschile essa tenderà a fingere.

Un altro motivo di fingere, meno altruistico, può essere la paura di essere abbandonata dall’uomo che ama o di essere considerata “frigida”.

Ho detto tante volte che l’anorgasmia della donna a volte può essere effettivamente “colpa dell’uomo”, soprattutto se egli non fa i dovuti “preliminari” o se soffre di “eiaculazione precoce”. Ma altre volte è un disturbo proprio di lei che va curato e non coperto dalla finzione.

Da “Il Gazzettino” del 06/11/2000

“Morosetti” da due anni, entrambi 24enni, studenti universitari. Lui è in cura da me, da qualche mese, per una forma di impotenza (deficit erettivo), diagnosticata dal suo medico di base, dopo una visita specialistica urologica, come “psicogena” e per la quale era stato in psicoterapia da uno psicologo per oltre un anno, senza alcun risultato.

Alcuni esami specifici, andrologici, che io feci fare, dimostrarono una “fuga venosa” e quindi il caso, sbrigativamente e superficialmente etichettato come psicogeno, è perlomeno una “forma mista”, come il più delle volte accade di evidenziare con esami andrologici e sessuologici approfonditi.

E’ venuta ad accompagnarlo alcune volte anche la ragazza. La ragazza è ancora vergine, gli vuole bene, ma i due anni di difficoltà l’hanno stancata e resa insicura anche di se stessa e di amarlo…

“…dottore, sono due anni, ormai non ci proviamo più, io mi sentirei quasi obbligata per provare se lui funziona, e poi mi ha detto che lo psicologo una volta gli ha fatto capire che potrebbe essere anche in parte colpa mia…”

La tranquillizzo e continuo a curare il ragazzo.

Vengono in studio pochi giorni fa. Sono contenti ma agitati, a lei spuntano le lacrime… Mi racconta, sintetizzando, che la sera prima…

“…ce l’abbiamo fatta, ma… per l’emozione di entrambi, e per l’inesperienza, il preservativo è rimasto dentro… ho fatto subito i calcoli ed ero al 16° giorno… ed allora… lei capisce, siamo studenti… non possiamo assolutamente permettercelo… siamo andati subito al Pronto Soccorso prima e poi alla Guardia medica… dottore, mi creda, sarà perché era mezzanotte, sarà perché eravamo agitati, ma ci hanno trattati come dei tossicodipendenti… “Scherzate?”, ci hanno detto, la “pillola del giorno dopo” non c’è, con le altre pillole anticoncezionali c’è il rischio di trombosi… hai tempo 72 ore (al pronto Soccorso), hai tempo 12 ore (alla Guardia Medica)… Insomma ho capito che erano impreparati e non volevano prendersi responsabilità… Si immagini come abbiamo passato la notte. Il giorno dopo siamo andati in un ospedale grande, del capoluogo, in reparto ginecologia ed una dottoressa mi ha detto che loro sono obiettori di coscienza, per cui per loro è come fare un aborto, come uccidere una persona. A questo punto mi sono fatta coraggio e sono andata dal mio medico di famiglia, scongiurandolo di non dire nulla ai miei genitori che mi scaccerebbero da casa se sapessero, il quale mi prescrisse una pillola anticoncezionale da prenderne subito 4 pastiglie ed altre 4 dopo 12 ore. Dottore, “sono venute”, è finito l’incubo…”

Quante osservazioni si potrebbero fare! Le faremo a puntate, a causa dello spazio sempre tiranno.

Ma una osservazione la voglio fare, anche perché da tre giorni è in vendita la “pillola del giorno dopo”.

Io penso che la Chiesa, per ciò che sono le sue regole morali e per i praticanti cattolici cristiani osservanti che le vogliono seguire, possa dire che è contraria; ma non può e non deve esortare i medici e i farmacisti alla “obiezione di coscienza”, perché questa è un’invadenza intollerabile nelle Leggi del nostro Stato laico, in quanto non tiene conto della separazione tra i poteri della Chiesa e quelli dello Stato, il che è un fondamento di ogni moderna società.

Io, lo sa chi mi conosce di persona o attraverso i miei articoli, sono un medico laico e libero; non mi sentirei tra l’altro di potere esercitare, se tale non fossi, la mia particolare appassionante e delicata professione di medico sessuologo. Per la chiarezza e la libertà di espressione, voglio dire che sono a favore del principio con cui l’OMS già dal 1985 ha stabilito che la ” gravidanza” ha inizio con l’annidamento dell’ovulo fecondato all’interno dell’utero; quindi la “pillola del giorno dopo” per definizione non è “abortiva” ma “anticoncezionale”. Ne parlerò più diffusamente nel prossimo articolo.

Da “Il Gazzettino” del 26/10/2000

Tramite “Il Gazzettino”, mi scrive un signore da Pordenone:

“…ho 84 anni e non ho nessuna voglia di passare a miglior vita …da ormai due anni ho subìto un intervento alla prostata per ipertrofia prostatica benigna ma che mi aveva provocato una ostruzione cervico-uretrale. Sono stato operato bene, col metodo T.U.R.P. Ma quando faccio sesso, sono vedovo, ma ancora ogni tanto ne ho l’occasione, con l’orgasmo non ho l’eiaculazione, adesso mi sono abituato ma la prima volta rimasi scioccato, anche perché nessun medico mi aveva informato…”

La lettera continua a lungo, spiritosa, simpatica, ma penso si possano già fare alcune considerazioni.

Innanzi tutto il fatto che la sessualità possa esserci anche a tale età e che di solito una sessualità duratura e vivace si accompagna ad una buona salute psico-fisica dell’individuo, anche se con qualche problema in una lunga esistenza, come quello per cui dovette subire l’intervento chirurgico il signore che mi scrive.

Altra importante considerazione è il significato, il valore che l’uomo dà, ad ogni età, alla sessualità, al poterla esprimere in maniera “completa”. Il signore della lettera si lamenta infatti…

“…tutto il resto va bene… mi posso accontentare alla mia età …ma non c’è la eiaculazione.”

L’ultima considerazione, la più importante, è quando il paziente dice: …

“nessun medico mi aveva informato che poteva capitarmi di non riuscire più ad eiaculare…”.

Io, dico la verità, come prima impressione, leggendo la lettera, stentai a credere che questo potesse essere successo, cioè che nessun medico lo avesse informato di un esito che è anche molto frequente nelle operazioni del genere, anche perché un signore così vivace e lucido, mi dissi, avrà pur chiesto lui ai medici se l’operazione poteva avere delle conseguenze sulla sua sessualità. Ma rileggendo la lettera, molto lucida e con aspetti di ironia e di buon senso, indici di valida intelligenza, ho pensato che i medici, avendo visto un signore di 82 anni, vedovo per giunta, abbiano sottovalutato il problema dell’eiaculazione all’esterno ed in generale l’aspetto sessuologico del paziente. Avranno pensato che la sessualità a quell’età fosse scomparsa o quasi, e che comunque l’eiaculazione non dovesse essere per lui un problema, dando per scontato che a quell’età uno non desideri più avere figli; ma sottovalutando invece il “significato” che un uomo che ci tiene al sesso dà al viversi sessualmente completo.

Comunque, noi medici dobbiamo ricordarci sempre di parlare al paziente, di non essere avari di spiegazioni, di sforzarci ad usare un linguaggio comprensibile a chi non è medico, di avere tempo da dedicare ad ogni paziente. Ed in più il medico, di qualsiasi specialità, deve essere anche psicologo, deve sapere entrare in sintonia col paziente, deve farlo parlare per capire ciò che più gli preme o lo preoccupa.

Nel campo poi specifico dell’andrologia, l’andrologo deve sapere essere e saper fare anche il sessuologo, proprio per capire ciò che rappresenta, per ogni uomo, una disfunzione sessuale; sia essa una “diminuzione del desiderio”, o un “calo di potenza”, disturbi tra l’altro molto spesso iatrogeni, da farmaci cioè; o che si tratti di “disturbi dell’eiaculazione”, come nel caso specifico di questo signore.

Se al paziente si parla, facendosi capire, e sempre con empatia e simpatia e rispetto per i valori che la persona esprime, anche se differenti dai nostri, il paziente accetterà meglio qualche effetto collaterale che le terapie mediche e gli interventi chirurgici potrebbero comportare.

Da “Il Gazzettino” del 20/10/2000

Tra le tante lettere che ricevo tramite Il Gazzettino, ne scelgo una per i vari risvolti sessuologici ed andrologici insieme, che essa evidenzia.

E’ una coppia, lei di 36 anni e lui di 38. Sposati da 10 anni, hanno deciso da circa due anni di avere un figlio, ma questo non arriva.

Vari esami di lei evidenziano una normalità dell’apparato genitale, ma “…mestruazioni da sempre un po’ irregolari, a volte ogni 40 giorni”.

Anche il marito è stato indagato da un andrologo. Questa è già una fortuna, una cosa buona sulla quale non si insisterà mai abbastanza. In linea di massima in una coppia con difficoltà di procreazione, intendendosi con questa definizione una coppia che dopo oltre un anno di rapporti sessuali abbastanza frequenti e con finalità procreativa, non abbia avuto esito positivo, un 40% di causa è attribuibile alla donna, un altro 40% all’uomo ed un 20% attribuito a “incompatibilità generativa” di coppia, che meglio sarebbe chiamare “da cause ancora sconosciute”.

Dunque, continuando nella lettera mi si dice che anche l’uomo è stato indagato, ed anche in lui lo spermiogramma non è di fertilità al 100%. Gli spermatozoi sono in numero un po’ più basso rispetto all’ottimale, ed anche “poco mobili”. A lui è stata data una terapia che la moglie però non mi precisa. Ma la lettera continua:

“…è stato suggerito, a mio marito, di avere rapporti sessuali soprattutto nei giorni della mia presunta ovulazione… il ginecologo ci ha fatto uno schema con i giorni di maggior probabilità… egli quando lo deve fare così, a comando, non risponde… si è anche arrabbiato… dice che se i figli vengono, devono venire spontaneamente… Adesso non ha più voglia di fare all’amore… Cosa si può fare? …Mi dia un consiglio”.

Io dico che ci vuole una motivazione profonda, convinta, bilaterale di avere figli. Forse è questo che manca a suo marito. Come esperto di problemi sessuologici ed andrologici dico però che ha ragione quando egli dice che il sesso l’uomo non lo può fare a comando. Per far “sesso completo”, l’uomo ha bisogno di una valida erezione, e questa avviene per un suo meccanismo armonico, delicato, vulnerabile, che parte dal desiderio sessuale ed attiva un sistema di neurotrasmettitori e di ormoni che operano in maniera autonoma; mentre invece la obbligatorietà di avere un rapporto in quel determinato giorno può attivare, a chi più a chi meno, un meccanismo inibente l’erezione.

E’ quel fenomeno noto come “ansia da prestazione”. In realtà, esistono dei farmaci che possono facilitare nell’uomo una “erezione al bisogno”, e forse, se il desiderio di avere figli è forte anche in lui ciò si potrebbe tentare. Oppure si potrebbe prendere in considerazione un programma di fecondazione assistita. Ma ripeto, ciò necessita di una forte e convinta motivazione anche di lui, tenendo anche conto delle sue convinzioni morali e religiose.

Da “Il Gazzettino” del 10/10/2000

Sabato u.s. sono stato a Roma, ad un Congresso organizzato da Andros Italia, associazione di Medici che si interessano dell’Andrologia e che riunisce medici di formazione Andrologica-Urologica e di formazione Andrologica-medica.

Si svolge in media annualmente in varie città d’Italia e favorisce la divulgazione e la informazione sui più rilevanti temi andrologici in un’ottica soprattutto pratica ed all’avanguardia. Ricca la partecipazione di medici di base e di specialisti in varie discipline.

Si è parlato di “Erezione”, “Eiaculazione” e “Fecondazione”. Sui disturbi erettivi si è posto l’accento sulla necessità di fare prima di tutto la diagnosi, cioè di scoprire le “cause” del disturbo; non si deve, come purtroppo alcuni, anche medici, fanno, prescrivere una pastiglia di “Viagra”, così, alla cieca, per vedere ciò che succede. Si devono fare degli esami, mirati secondo il paziente, e dopo si darà la cura che potrà anche essere il “Viagra”, ma non è detto che sia questo o soltanto questo. Si è parlato di nuovi farmaci in fase avanzata di sperimentazione e che usciranno nel nuovo anno.

Le molecole e le sigle dei nuovi farmaci sono: “apomorfina”, “Bay 38-9456”, “IC. 351”, “U.K 357903”, “PNU 83757”. Il nome commerciale ancora non è stato dato. Potranno essere utili nelle forme in cui il Sildenafil (Viagra) non è efficace, o quando il paziente non vuole o non può farsi le iniezioni “in loco”, intracavernose, di prostaglandine.

Per l’eiaculazione precoce, a livello farmacologico ci sono i farmaci serotoninergici, alcuni più efficaci di altri, ma sempre associati ad una terapia sessuologica e psicoterapica specifica sessuale.

Sulla Fecondazione si è parlato delle Tecniche di riproduzione assistita, da quelle a bassa tecnologia quale la Inseminazione artificiale omologa (AIH), a quelle ad alta tecnologia quale la Fecondazione in Vitro (FIVET) e della Microinseminazione (ICSI).

Ma prima di utilizzare tali programmi di riproduzione assistita, bisogna fare sempre una valutazione diagnostica approfondita del maschio infertile; soprattutto un esame seminologico il più completo possibile; ma non solo, perché ad esempio anche la totale azoospermia potrebbe essere un segno, un sintomo, di varie patologie anche curabili.